«Se posso dire a una persona
“ti amo”, devo essere in grado di dire
“amo tutti in te,  amo il mondo attraverso te,
 amo in te anche me stesso”.»
(Erich Fromm, L’arte di amare.)

La famiglia da sempre luogo di incontro e separazione, è il luogo da dove ogni individuo ha iniziato il proprio cammino. Numerose trasformazioni in ambito sociale, giuridico e relazionale hanno contribuito all’istituzione di nuove tipologie familiari: la poliginica, la poliandrica, la poliginandrica, la consaguinea, la monogenitoriale e la omogenitoriale, le quali rappresentano strutture diversificate rispetto alla “tradizionale” coniugalità monogama. Per quanto riguarda la prole e la sua definizione giuridica, vi è stato un accorpamento tra le numerose tipologie (legittimi, naturali tra cui incestuosi e adulterini) che ha semplificato la suddivisione in: figli nati nel matrimonio e fuori dal matrimonio. Grazie all’avvento di nuove tecniche di concepimento si sono delineate nuove categorie genitoriali in base al grado di responsabilità biologica, genetica e giuridica. L’attuale società contemporanea mette in risalto numerosi mutamenti in ambito sociale, relazionale e affettivo generando un’inversione di tendenza rispetto agli anni ‘40 in cui si assistette a notevoli incrementi demografici (baby boom), dove la famiglia ricopriva un ruolo centrale. Dati Eurostat[1] mettono in luce come la diminuzione delle nascite sia associata al decremento della fecondità totale. Attualmente si stima intorno al 40% l’ipofertilità maschile mentre resta inspiegato un consistente 15% di cui la “medicina tradizionale” non riesce a rintracciarne le cause. L’elaborazione dell’impossibilità procreativa risulta più complessa rispetto ad un vissuto di lutto reale poiché la prima sottende un grado di presunta responsabilità, il quale genera una profonda ferita all’integrità.  Contenuti emotivi caratterizzati da aggressività, senso di colpa, rabbia e depressione sono i più comuni in coloro che “non hanno pianto tutte le lacrime” (elaborazione) per il profondo dolore che attraversa la coppia. In tali circostanze ricorrere all’adozione può essere rischioso in quanto il bambino rappresenta lo strumento per alleviare il dolore della coppia.

«Gli occhi sono la porta di accesso alla corporeità. Vedere un corpo significa cogliere la presenza dell’altro, […] riconoscerne l’esistenza, ma anche aprirsi al suo fascino: esiste sulla terra qualcosa di più bello, più intrigante, più inesauribile, più complesso e più armonico del corpo, e di quello umano per eccellenza?»
(G. Salonia, Sulla felicità e dintorni, tra corpo, parola e tempo.)

 Occorre riscoprire ulteriori modalità che permettano di stendere un nuovo sguardo al proprio dolore, ridefinendo sotto una nuova luce i propri limiti, accogliendo l’impossibilità di dare la vita avendo un corpo che è stato concepito per generare. Numerose sono le coppie che si sottopongono a diversificate cure spesso invasive con modalità ossessive, incrementando notevolmente i livelli di stress psicofisico. In molti casi occorre sapersi fermare e attendere il “tempo giusto” (kairòs), nonché abitare il proprio corpo (corporeità) nell’integrazione tra fisicità e affettività.  Un contatto autentico con la propria corporeità genera un “corpo caldo”.  

«Ascoltare il corpo aiuta a diventare consapevoli della necessità e del senso dei mutamenti e, nello stesso tempo, ad assumere atteggiamento e percorsi di accettazione e di integrazione.»
(G. Salonia, Sulla felicità e dintorni, tra corpo, parola e tempo.)

Calore e affettività sono entità indissolubili in un’esistenza vissuta con pienezza e armonia. Si può donare affettività abitando un corpo freddo? Spesso questa contrapposizione è presente in numerose relazioni dove il disagio della corporeità nega il “calore” ma non l’affetto; la sessualità come copertura di un “corpo freddo” nel tempo risulta fallimentare poiché l’identità corporea è centrale in una relazione genuina. Toccare ed essere toccati ed interagire risulta di fondamentale importanza durante lo sviluppo, poiché solo tramite il contatto con l’Altro, è possibile creare la propria identità corporea. Vivere con autenticità e pienezza la propria sessualità, condividendo il proprio “calore”, sostiene la coppia nell’attesa del kairòs, permettendo di accogliere un corpo impossibilitato a dare la vita essendo concepito per generare.

[1] Eurostat, TFR (Total Fertility Rate), 2014.

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