«Io non so cosa sia la poesia ma
la riconosco quando la sento»[1]

 

Per ovviare al problema di comprensione dei bisogni dell’altro, per cui agiamo con l’errata convinzione di fare “la cosa giusta”, occorre dunque iniziare dalla sorgente, ovvero dai nostri bisogni; spesso questi non sono ben chiari, e sembrano riferirsi ad aspetti superficiali e materiali, mentre in realtà la loro vera essenza è molto più profonda e complessa. Sdrammatizza così Italo Calvino, sul mistero della relazione, grazie a Cosimo Piovasco di Rondò, ragazzo di dodici anni, futuro barone, che si innamora perdutamente di una ragazzina di nome Viola.

  • Cosimo: Perché mi fai soffrire?
  • Viola: Perché ti amo.
  • Cosimo: No, non mi ami! Chi ama vuole la felicità, non il dolore.
  • Viola: Chi ama vuole solo l’amore, anche a costo del dolore.
  • Cosimo: Mi fai soffrire apposta, allora.
  • Viola: Si, per vedere se mi ami.[2]

Questa grande difficoltà di ascolto empatico verso l’altro, caratterizza la società di cui facciamo parte e non a caso ritroviamo in ambito sociale una nuova metafora liquida, in riferimento al sistema socio-economico-politico ma anche in quello relazionale-culturale. Il continuo senso di incertezza, la perenne sensazione di procedere verso una direzione, la cui meta rimane oscura, caratterizzano il passo incerto con cui l’uomo avanza. Zygmunt Bauman in “Modernità liquida” sottolinea come: «L’odierna incertezza è una possente forza individualizzatrice. Divide anziché unire, e poiché non c’è alcun modo di sapere chi domani si sveglierà in quale categoria, l’idea di “Interessi comuni” diventa sempre più nebulosa e perde qualsiasi valore concreto.»[3] La rappresentazione di questo senso di solitudine celato e latente spesso fuoriesce in terapia, con la speranza finalmente di un autentico incontro in cui potersi esprimere. La mancanza del “noi” nella coppia, si concretizza nell’ analogia di due percorsi che non si incontrano, ma al massimo si sfiorano, in un fluire infinito; l’incontro autentico risulta fondamentale per un nuovo progetto, che abbia come obiettivo un rilancio nel futuro. Il tema dell’incontro nella coppia, nella creazione del rapporto è sempre stato protagonista nell’arte, che con la sua poliedricità ci permette l’osservazione di ciò che in noi è essenziale ma invisibile agli occhi.[4] Così grazie all’arte e alla letteratura ci è data la possibilità di creare un nuovo contatto, una nuova luce che ci rischiara la vista, donando la possibilità di esplorarsi e di rincontrarsi.

«Milan Kundera vide nell’“Insostenibile leggerezza dell’essere” l’essenza della tragedia della vita moderna. Leggerezza e velocità (insieme!) sono state offerte da Italo Calvino, l’inventore di quei personaggi totalmente liberi (liberi in modo completo, in virtù del loro essere inafferrabili, elusivi, impossibili da intrappolare e controllare), il Barone rampante e il Cavaliere Inesistente, come la più piena, quintessenziale incarnazione dell’interna funzione emancipatrice dell’arte letteraria.»[5]

Così l’arte può fornirci la giusta metafora; attraverso il simbolo e le immagini che l’arte ci offre, ed in cui l’uomo si rispecchia, ritrova il suo riflesso, prima sbiadito, dalla nebbia del limbo generato dall’angoscia d’essere. Ci ricorda Goethe riguardo ai simboli: «Tutto ciò che accade è simbolo, e in quanto rappresenta perfettamente sé stesso, rimanda al resto.»[6]. Accade talvolta che la paura di un’immersione nel mondo interiore spinga alla fuga chi è sensibile al “tocco” altrui, come un nervo scoperto che sensibile fugge alla più semplice carezza. Tali persone meritano ancor di più una particolare attenzione e rispetto dei propri spazi, intesi anche come “spazi mentali”, poiché la consapevolezza e l’attenzione nel paziente possono essere stimolate non per via diretta, invadendo, ma lasciando che la relazione terapeutica comunichi consapevolezza della direzione che si sta prendendo. La relazione è consapevolezza e nutrimento: poiché per fuggire si deve essere in due, cioè io che fuggo e l’ente da cui fuggo.

«Insomma io fuggo per ignorare, ma non posso ignorare che fuggo, e la fuga dall’angoscia è solo un modo di divenire coscienti dell’angoscia.»[7]

Questa peculiare modalità comunicativa che si instaura tra i vari membri, risulta utile nella diffusione del sé che il paziente borderline manifesta, facendo emergere l’instabilità degli affetti e delle relazioni che lo circondano e che creano intorno a sé e dentro di sé spesso un vuoto mal definito in cui aleggia un profondo senso di inquietudine.

«All’improvviso oggi ho dentro una sensazione assurda e giusta. Ho capito, con una illuminazione segreta, di non essere nessuno. Nessuno, assolutamente nessuno. Nel balenio del lampo quella che avevo creduto essere una città era una radura deserta; e la luce sinistra che mi ha mostrato me stesso non ha rilevato nessun cielo sopra di essa. Sono stato derubato dal poter esistere prima che esistesse il mondo. Se sono stato costretto a reincarnarmi, mi sono reincarnato senza di me, senza essermi reincarnato. Io sono la periferia di una città inesistente, la chiosa prolissa di un libro non scritto. Non sono nessuno, nessuno. Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono una figura di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto una realtà, fra i sogni di chi non ha saputo completarmi.»[8]

La paura di perdersi e non ritrovarsi, la angusta sensazione di impazzire perdendo il controllo, sono specifici di quelle, più attuali che mai, difficoltà relazionali figlie di questa società; dove nessuno è fondamentale e tutti sostituibili. Grazie all’autenticità relazionale sarà possibile riscoprire che l’incontro con l’altro è possibile. La nostra unicità ci rende insostituibili solo se saremo in grado di vederla, solo e non prima si potrà iniziare quel fantastico viaggio che è la scoperta dell’altro con la sua infinità di rivelazioni e novità. L’incontro tra l’Io e il Tu, parafrasando Levinas, ci sconvolge[9]. Levinas descrive il processo del consegnarsi come l’unico modo di superare l’angoscia: «Noi siamo finestra del mistero. Solo nell’accoglienza dell’Altro possiamo comprendere noi stessi e superare l’angoscia di vivere.»[10]

 

 

 

[1]           A. E. Housman

[2]           I. Calvino (1993) (ed. or. 1957), Il barone rampante, Mondadori, Milano.

[3]           Z. Bauman, (2011) (ed. or. 1999), Modernità liquida, Laterza, Roma, 170.

[4]           Frase originale: « L’essenziale è invisibile agli occhi», di A. de Saint-Euxpery (ed. or.1943) (2015), Il piccolo principe, Feltrinelli, Milano.

[5]           Z. Bauman, (2011) (ed. or. 1999), Modernità liquida, Laterza, Roma, 134.

[6]           J.W. Goethe.

[7]           J.P. Sartre (2014) (ed. or. 1943), L’essere e il nulla, Il saggiatore, Milano, 80.

[8]           F. Pessoa (2000) (ed. or. 1982), Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli, Milano, 32.

[9]           E. Levinas (2010), La violenza del volto, Morcelliana, Brescia.

[10]          Emmanuel Levinas filososo che « […] ha costretto a guardare l’intera avventura esistenziale dal punto di viste della responsabilità. E ha mostrato come il costruirsi stesso del mondo intelligibile dipenda dalla chiamata a farsi carico dell’altro, chiamato che sorprende l’io e non gli lascia più respiro» in G. Palumbo (2001), Inquietudine per l’altro. Crisi dell’ontologia e primato dell’etica in E. Levinas, Edizioni della fondazione nazionale « Vito Fazio-Allmayer», 7.

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