«Sono le parole più tranquille quelle che portano
alla tempesta, pensieri che avanzano con passi di colomba
guidano il mondo.»[1]

Conoscere la storia dei membri della famiglia che compongono le tre generazioni può fornire una nuova possibilità di lettura per comprendere la struttura e le modalità relazionali dell’attuale famiglia. Talvolta può accadere che sia impossibile approfondire alcuni aspetti relativi a un componente della famiglia, di cui sappiamo poco ma di cui abbiamo sentito spesso parlare o magari paragonare a qualcun’ altro per le caratteristiche in comune (“È proprio come suo zio!”); accade spesso che con il susseguirsi generazionale tale membro o la sua caratteristica (ad esempio uno zio giocatore) diventi un simbolo del “destino familiare”. Si riesce dunque a dare spazio in questa rappresentazione anche a chi ormai non c’è più (coloro che sono morti, che non abbiamo mai visto poiché vivono in un altro luogo, coloro che non sono mai nati), ma che esercita ed ha esercitato un’influenza sul nostro processo di individualizzazione. Pessoa, ne “Il Libro dell’Inquietudine”, ci rivela: «Credo che noi siamo dei climi sui quali aleggia la minaccia di un temporale che si verifica altrove»[2]; potremmo aggiungere che questo temporale forse, oltre che verificarsi altrove, si sia già verificato in passato, ma la sua presenza, seppur vaga, aleggia tuttora nei nostri animi. La richiesta del genogramma di accedere nuovamente alle relazioni contenute nella generazione precedente permette la comprensione dell’assunto secondo il quale il mondo, e dunque le nostre radici, non sono ascrivibili solamente ai nostri genitori, bensì più radicate nel passato; ciò suggerisce una nuova ricerca della propria identità in altri luoghi ancora inesplorati. Henry Miller in “Tropico del cancro”, raccontandoci della sua Parigi del 1930, dove già si era avviato quel decadimento dei valori caratteristico dei nostri tempi, ci descrive la fragilità delle relazioni e la pseudo o completa depersonalizzazione che avvolge ogni legame: «Nessuna proposta che possa durare più di ventiquattro ore. Viviamo un milione di vite nello spazio di una generazione.»[3] Anne Ancelin Schtzenberger[4] sottolinea come si ripetano quei meccanismi invisibili come la “lealtà familiare”, i “segreti” e i “miti familiari”, le “sindromi da anniversario” e le “sincronicità”. È così possibile capire l’importanza dei processi non elaborati (lutti o separazioni) e delle cose “non dette”, le quali portano alle creazioni di fantasmi operanti sull’inconscio familiare.

«Chi vuol combattere con la realtà deve combattere coi fantasmi»[5],

così cerca di spronarci Søren Kierkegaard in “Aut-Aut”. Natalia Ginzburg in “Lessico familiare”, ci racconta la sua vita quotidiana, le relazioni con e tra i vari membri della sua famiglia, rappresentando con notevole maestria la creazione di un lessico comune, caratterizzato da un’esistenziale originalità.

«[…] per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il nostro vocabolario dei nostri giorni andati, sono come geroglifici degli egiziani o degli assirobabilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti diversi della terra […]»[6]

Il ritrovarsi, il ricongiungersi sopprime quel senso di smarrimento, di isolamento che rende “amara” la vita. La relazione dona la vita, e la vita è relazione: se non mi relaziono con gli altri, riduco la mia esistenza a un mero ripiegamento della mia esperienza sull’Io in un ciclico perpetuarsi. È da ricomprendere il cogito ergo sum di Cartesio, in quanto l’essere esiste nella relazione tra l’Io e il Tu. Se si possiede la capacità di comunicare il proprio pensiero ma si elimina l’altro da sè, poiché non è compreso nel proprio mondo, ne viene meno l’intera capacità poiché all’infuori dell’esperienza relazionale ogni tentativo dell’essere risulta vano. Basti come esempio l’annientamento del sé nel paziente depresso, il quale eliminando la relazione con tutto ciò che lo circonda, ovvero il mondo, inibisce la vita, prova ne è la condizione psicofisica drammatica che caratterizza il cosiddetto lasciarsi morire. Senza la relazione la vita non si mostra in tutta la sua pienezza; non si intende così annientare la solitudine, fondamentale nella vita dell’individuo, il quale grazie alla solitudine sperimenta il proprio mondo interiore, poiché è trovandosi soli con se stessi che si inizia la relazione con il proprio sé. La relazione è esperienza, l’esperienza è il nutrimento dell’anima. La prova, che potremmo definire tangibile, che ci porta nell’esperienziale è quel vibrare corporeo spontaneo che si crea quando il sé coincide con l’azione appropriata. Un esempio è l’opera d’arte, dove l’autore condensa e sublima (Freud) il suo Essere; dunque si può trarre la conclusione che l’arte è esperienza di sé, del proprio essere. Basti pensare alle bizzarre, drammatiche e intense vite di Pablo Picasso, Vincent van Gogh, o Arthur Rimbaud e Charles Baudelaire. Per ritrovarci abbiamo bisogno di donare un qualcosa di nostro, che ci metta in gioco e ci faccia partecipare alla vita, questa è una necessità dell’uomo grazie alla quale esso vive donando al mondo, relazionandosi con ciò che lo avvolge. Ed è Enrico Ianniello, scrittore contemporaneo, che in “La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin”, regala a noi lettori uno scorcio da cui poter assistere alla scena di una madre che dona al proprio figlio una tecnica su come districarsi dai grovigli che spesso attanagliano l’uomo e che non permettono alla luce di trapassare sino in fondo.

«“Va bene, allora ti racconto una storia che si intitola così: Sparte e Capisce – separa e capisci.” Misi la testa sul cuscino, chiusi gli occhi, e mentre lei parlava lasciai spazio libero ai pensieri, come facevo sempre, e quelle parole prendevano mille direzioni, si moltiplicavano, cambiavano colore, facevano rifiorire proprio idee e situazioni diverse e nuove, una specie di piccoli sogni prima della dormienza vera cominciavano a camminare nella mia mente, certi sognetti ancora legati alla vita di tutti i giorni. “Tutte le cose che crescono se sparteno, si separano: la pera cade dall’albero dov’è nata, il cacciottiello si allontana dal cane che l’ha fatto eccetera. Se guardi meglio, ti accorgi che proprio tutta la vita è fatta comme a ’n’albero: ci sta il tronco, ma dal tronco si separano i rami, dai rami si separano le foglie, dalle foglie si separano i fiori, poi si separano i semi e vanno lontano. Le famiglie per esempio, sono così, è facile: ci sono i nonni, poi i figli, poi i nipoti, poi i pronipoti…”

“L’albero…”

“Eh, genealogico, bravissimo. Allora, quando c’è qualcosa che non riesci a capire, ricordati sempre questa regola: sparte e capisce. Quando ti dicono ‘questa cosa è così’, o ‘quella persona è colì’, nun te fidare, cerca de trasire dentro a quella cosa o a quella persona e separa, separa un ramo da un altro ramo, una foglia da un’altra foglia e vedi che cominci a capire. ‘Quella è una brutta famiglia!’ dicono; vabbè, d’accordo, ma dentro a quella famiglia ci sono persone diverse, ognuno tiene ’na capa, chissà se sono sempre d’accordo… tu sparte e capisci. […] Ricordati, a mamma: tutto quello che si capisce nella testa, come tutto quello che matura, si deve separare; se così non è, non nasce mai nient’altro di nuovo. Tutte le cose della vita vanno accussì, e se tu lo accetti, vivi chiù cuntento.”»[7]

Districare e districarsi possono sembrare parole che presuppongono una condizione iniziale difficile, ostica. Il discernimento è il districamento del pensiero che, grazie alla consapevolezza, ci permette di intraprendere quella strada, adatta, nel momento giusto (kairòs). Per discernere occorre fermarsi, respirare e ascoltare, non i suoni, le parole e i rumori, ma il proprio respiro, il proprio corpo. Si giungerà ad una scoperta sensazionale: il nostro corpo ci guida, in esso è già racchiusa  la risposta. Già Zarathrustra di Nietzsche ci insegnava che: «V’ha maggior ragione nel tuo corpo, che non ne contenga la tua miglior sapienza»[8]

 

[1]           F. Nietzsche (2014) (ed. or. 1888), Ecce homo, Newton Compton Editori, Roma.

[2]           F. Pessoa (2000) (ed. or. 1982), Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli, Milano.

[3]           H. Miller (2005) (ed. or. 1934), Tropico del cancro, Feltrinelli, Milano.

[4]           A.A., Schutzenberger (2004) (ed. or. 1993), La sindrome degli antenati. Psicoterapia trans generazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico, Di Renzo, Roma.

[5]           S. Kierkegaard (2002) (ed. or. 1843), Aut-Aut, Mondadori, Milano.

[6]           N. Ginzburg (1997) (ed. or.1963), Lessico familiare, Einaudi, Torino, 20.

[7]           E. Ianniello (2015), La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, Feltrinelli, Milano.

[8]              F. Nietzsche (2014) (ed. or. 1883), Così parlò Zarathustra, Newton Compton, Roma, 31.

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